di Sergio Romano
Commento all’articolo di Claudio Fatti Il rimpianto di una Patria
Il 17 marzo non abbiamo celebrato l’unità nazionale, raggiunta soltanto nel 1918. Abbiamo celebrato la nascita dello Stato italiano. Non è necessario essere monarchici per ricordare che lo Stato ha creato un mercato unico là dove esistevano piccoli mercati provinciali e regionali, ha creato una moneta unica e una economia nazionale, ha unificato le leggi, ha costruito infrastrutture nazionali, ha insegnato la lingua nazionale a chi parlava soltanto il dialetto, ha creato un giornalismo nazionale, una letteratura nazional-popolare, ceti professionali e imprenditoriali con un orizzonte nazionale e, infine, una cittadinanza italiana. Se l’Italia occupa un posto non disprezzabile nel concerto delle nazioni e se i suoi cittadini, quando viaggiano nel mondo, possono godere dei diritti di cui godono i cittadini dell’Unione europea, il merito è di coloro che hanno creato lo Stato.
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di Chiara Valerio
Leggo Francesca Motta, Lettera da un’Italia ferita, e penso al fatto che i nomi sono propri. Nel senso che sono opportuni e che pure appartengono. E che quindi bisogna sfoggiarli tenendo le spalle dritte o, per converso, fare di tutto per dimenticarli. E la sua Italia, descritta come una donna florida, appassita dagli sguardi rozzi o rotti degli altri, ha qualcosa di proprio lei pure. È adatta a una generazione alla quale tocca una rivoluzione linguistica.
Francesca e i suoi devono riappropriarsi di termini che sono stati politicizzati e che non hanno più nulla di civile come orgoglio, patria, stato, italiano, e devono fare sì che questi termini, una volta reintrodotti nel linguaggio simbolico, appartengano a tutti.
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di Remo Aldrin, 5° F Liceo Classico Carducci di Milano
24 giugno 2009, la sveglia suona alle 9.30, troppo presto per il periodo delle vacanze. Un risveglio faticoso, dopo la serata passata con gli amici a festeggiare i miei diciott’anni. Colazione, doccia, e per le 10.00 sono già fuori di casa, diretto al Comune di Milano.
Salgo in metropolitana, e ne ripercorro mentalmente le fermate, per l’ennesima volta: sono ormai diciott’anni che le vedo. Una giornata fresca, nonostante l’estate sia ormai iniziata.
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di Luca Spinicci , 5° F Liceo Classico Carducci di Milano
Tutti gli italiani all’estero si chiamano Lino, Mario o Giuseppe: tengono un ristorante, hanno i baffi e probabilmente possiedono un mandolino.
In Italia non conosco nessun Lino; conosco un Giuseppe e un Mario: non hanno i baffi e non hanno probabilmente mai sentito suonare un mandolino. La pizzeria sotto casa mia è gestita da egiziani.
Se sono questi i particolarismi che la globalizzazione sta mettendo in pericolo, allora c’è poco da dire: l’Italia non ha identità.
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di Ivy Vinas, 5° F Liceo Classico Carducci di Milano
La mia cittadinanza non è italiana, il mio sentimento verso questa nazione è di gratitudine, ma anche di estraneità. Dal finestrino dell’aereo la mia nuova casa sembrava solo una distesa di campi coltivati. Una nuova casa dove potermi sentire accolta. Eppure, uscita dall’aeroporto, mi sono sentita straniera. Finalmente sarei stata con i miei genitori, ma la felicità era confusa con la tristezza di avere lasciato mia nonna e i miei parenti nelle Filippine. La solitudine nella moltitudine è un’emozione rara, ma quando ti pervade, è profonda e spaventosa. Le strade deserte erano incorniciate da un grande numero di macchine. La realtà nel mio Paese è diversa. Godevo di molta fortuna anche là, ma il benessere che caratterizza la mia vita qui è maggiore. Le strade là sono contornate da gente che soffre, persone vestite con abiti logorati. Ogni tanto qualche strano luccichio, una nuova carrozzeria sferza sull’asfalto consumato. Le spaccature sono ampie, gli strati sociali ben divisi.
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